Tra valli sinuose e antiche strade di campagna, Monsampietro Morico custodisce l’anima più autentica delle Marche: un piccolo borgo che accoglie con la sua storia secolare e il silenzio rassicurante della natura.

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Lungo Via Rivo sorge la Chiesa della Madonna del Carmine, una piccola pieve che custodisce secoli di storia e arte.​ Questa chiesa extraurbana è collocata in luogo strategico, originariamente orientata verso la Madonna della Valle di Santa Vittoria in Matenano, testimoniando l’antica rete di collegamenti spirituali e territoriali che caratterizzava il paesaggio marchigiano medievale. La struttura attuale è il risultato di trasformazioni secolari che hanno modificato profondamente l’edificio originario. La chiesa primitiva, risalente al periodo medievale, era infatti molto più piccola e diversamente orientata rispetto all’attuale configurazione. I recenti restauri, promossi dall’ex parroco don Alighiero Laurenzi, hanno rivelato la vera natura architettonica dell’edificio, rimuovendo l’inopportuno intonaco novecentesco. Il vero tesoro della chiesa è rappresentato dal magnifico affresco conservato sulla parete sudovest. La porzione più antica di questo dipinto murale, giudicata da alcuni studiosi addirittura pre-giottesca per l’impianto della “Maestà” che richiama Cimabue, è databile alla prima metà del Trecento. L’affresco ha subito nel tempo diverse aggiunte, particolarmente evidenti nelle parti laterali e superiori, riferibili all’attività dei Predicatori Domenicani nel territorio, come testimonia la figura di San Vincenzo Ferrer visibile nell’estremità sinistra. La chiesa fu ampliata e “rigirata” nei primi anni del Seicento, come attesta un mattone iscritto sulla porta nordovest che reca la data 1605. I maestosi conci utilizzati nella ricostruzione provengono dalla sovrastante Chiesa romanica di San Paolo, allora parzialmente diroccata, creando un affascinante dialogo architettonico tra i due edifici sacri. Nel 1613, l’Arcivescovo di Fermo concesse la chiesa alla Confraternita del Santo Rosario, che ne curò l’ampliamento. Tra i benefattori spicca Lucio Sanguigni, che nel 1625 finanziò la soprelevazione, l’intonaco e una caratteristica loggetta antistante.

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